La mia vocazione è nata, cresciuta e si è definita nel grembo della comunità parrocchiale che mi ha accolta dopo il battesimo. La mia è stata una vita molto normale. Nessun evento eclatante, ma amici più grandi, educatori, catechisti e il sacerdote (il don, per tutti) che mi hanno coinvolto nelle attività dell’oratorio, mi hanno dato fiducia e mi hanno mostrato e fatto gustare la bellezza di appartenere a una comunità. Attraverso queste persone il Signore si è fatto vicino, è sempre stato Lui a prendere l’iniziativa e a propormi dei passi, come l’essere catechista, la S. Messa e la preghiera delle lodi e del vespro, gli esercizi spirituali, il corso vocazionale della diocesi, gli incontri di preghiera…fino all’incontro con questo monastero. Io mi sono sempre fidata, ho solo risposto di volta in volta il mio “Sì”, giocando poi tutta la mia libertà, questo spettava a me, e non mi sono mai tirata indietro.

Queste esperienze quotidiane mi hanno aiutata a iniziare e a far crescere un rapporto personale con il Signore, e a compiere piccole scelte. A 18 anni nel mio cuore era chiaro che desideravo “essere del Signore”, ma non sapevo come, perché appartenere a Lui non preclude nessuna strada e io pensavo al matrimonio, avevo già il nome per i primi 6 figli! Da quella prima intuizione al mio ingresso in monastero sono passati 10 anni. In tutto questo tempo il Signore mi ha custodita e mi ha atteso con pazienza. Erano molte le attività che svolgevo in oratorio e credo, proprio grazie ad esse, si approfondiva anche la mia vita di preghiera, come luogo dell’incontro con il Signore, come luogo in cui conoscermi, e dare fondamento al mio quotidiano riconsegnando al Signore ogni attività.
Quando l’università stava per finire, al termine di una confessione, il direttore spirituale mi chiese: “Sei felice?”. Io risposi subito di Sì perché non mi mancava nulla. Ma poi, fermandomi in chiesa per il ringraziamento, questa domanda continuava a tornarmi nel cuore e la sicurezza della mia risposta vacillava, perché qualcosa mi mancava. Alzando gli occhi al tabernacolo dissi al Signore: “E se mi mancassi Tu?” Mi apparve subito evidente che una relazione più intima con Lui voleva dire essere consacrata e uscii sorridendo, perché era una cosa troppo grande. Però questo pensiero non mi lasciava, mi dava pace e gioia. Così ne parlai con il direttore spirituale, per iniziare un tempo di discernimento. L’unica cosa chiara era che volevo conoscere la famiglia francescana e mi sembrava naturale cercare un istituto di vita attiva, perché era stato il servizio ai più piccoli a portarmi al Signore. Mi piaceva andare in un monastero per pregare, per fermarmi, ma come pensare di restare chiusa per sempre? La possibilità della clausura la percepii sull’aereo mentre tornavo dal Brasile, dove ero andata a trovare due amici partiti dopo il matrimonio come missionari laici. Eravamo andati a trovare un monaco camaldolese del nostro paese, e prima di entrare nel monastero la mia amica mi disse che senza quel posto in cui riprendere forza e senso, sarebbe stato difficile vivere la missione. Queste parole mi si impressero nel cuore e mi dissero il senso nella Chiesa e per la Chiesa di un monastero. Questo però complicava la mia scelta, perché non potevo più escludere a priori la vita claustrale. Per accostarmi alla spiritualità francescana, frequentavo ad Assisi degli incontri per giovani in ricerca vocazionale. Un amico conosciuto qui mi invitò ad accompagnarlo dalle clarisse di Perugia. Fui molto contenta di questo invito, pensavo, infatti, che il monastero mi avrebbe fatto un impressione negativa e che questo avrebbe fugato ogni dubbio. Ma mi sbagliavo! Parlando con una monaca mi accorsi che, anche lei aveva sentito i dubbi e le paure che abitavano il mio cuore, e non erano stati un’obiezione. Passò qualche mese e tornai ad Assisi. Queste tappe prevedevano anche il colloquio con un frate. Mi erano stati dati dei passi della Scrittura su cui pregare, e io lo avevo fatto in modo un po’ sbrigativo. Esposi le mie riflessioni e accennai anche al desiderio di poter conoscere, e magari abbracciare, la vita clariana. Ricevetti una risposta che mi parve uno schiaffo: “Non hai mai incontrato il Signore, in monastero resisti due giorni!” Mi sentivo ferita e umiliata, e cercai consolazione dalla monaca che avevo conosciuto. Le raccontai la sofferenza che questo giudizio (così lo percepivo) aveva provocato in me, e l’ascolto commosso di quella sorella mi aprì il cuore. Pensai che se quella vita plasmava ad una tale compassione, era quella la vita che cercavo, era l’umanità che faceva vibrare il mio cuore. Il suo consiglio fu semplice: “Torna a casa, parla col direttore spirituale…il Signore, nessuno può rubartelo.” Nei mesi che seguirono restai davanti al Signore disarmata, ripetendo questa preghiera che era un grido: “Signore, se vuoi, puoi guarirmi!” Se davvero non avevo incontrato il Signore, chi avevo incontrato? Chi avevo amato e servito nelle mie attività? Era stata tutta un’illusione? Mi sentivo svuotata, ma questo vuoto divenne spazio di accoglienza per la Parola del Vangelo che ascoltai alla Messa, che risuonò in me come una risposta e una promessa: “Lo voglio sii guarito” (Mc 1,41). Con questa Presenza nel cuore partii per una missione popolare con i francescani. Partii consapevole della mia povertà e di non aver nulla da dare, se non ancora una volta il mio “sì” ad un invito. Così potei ricevere molto in quei giorni, anche parole che confermavano la mia vocazione proprio da quel frate che aveva voluto provarmi, e che mi aveva dato la possibilità di fare esperienza del desiderio vitale che avevo del Signore. Ancora però non capivo quale forma di vita avrebbe plasmato e nutrito questo desiderio. Per il mio discernimento mi era stata consegnata solo un’indicazione: pregare lo Spirito Santo. L’ostacolo stava nel modo in cui cercavo di capire, guardando i costi e i benefici di una forma di vita o dell’altra. La verità era che non mi volevo arrendere alla clausura, la promessa che nascondeva quella vita mi sembrava troppo alta e io troppo misera e incapace di viverla. Finché a poco a poco, lo sguardo iniziò a posarsi sempre più sul Signore, sul suo amore per me, e sempre meno sulle mie capacità. Fissando questo volto di misericordia scoprii di esserne innamorata. Lui, Lui solo il centro, il senso profondo, non tanto del mio fare, ma del mio essere, della mia identità più vera. La vita claustrale faceva della mia vita il segno di questo assoluto, uno spazio di silenzio in cui il mondo poteva trovare riposo, e essere continuamente portato a Dio nella preghiera di lode, intercessione, supplica, segno di quella comunione a cui ogni uomo è chiamato.

Ridissi un altro “sì” il più difficile, quello più rischioso, che mi conduceva su una strada nuova, ma che migirasole poteva condurre nel profondo del mio desiderio di Vita. Così chiesi di verificare tutto questo con le sorelle clarisse di questo monastero e poi di entrare in clausura, ormai libera di appartenerGli.